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Ester Quici è colpevole Colpì 6 volte il compagno

Depositate le motivazioni della sentenza di condanna a 14 anni di reclusione Il racconto della donna (che parlò di suicidio) smentito dalle analisi scientifiche

BOLZANO. Ester Quici non intendeva uccidere il compagno Alessandro Heuschreck ma è indubbio che lo abbia ferito con alcuni colpi di coltello durante la colluttazione che portò alla tragedia. Le modalità concrete di assestamento delle coltellate e la loro ripetizione escludono qualsiasi ipotesi colposa. E’ questo il passaggio chiave delle motivazioni della sentenza di condanna a 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzione emessa a carico di Ester Quici, la donna coinvolta nel “giallo” di Corso Libertà. L’imputata si è sempre dichiarata innocente ed i suoi legali hanno sempre cercato di giustificare le bugie raccontate nell’immediatezza dei fatti con il tentativo di evitare possibili interventi di tutela nei confronti dei figlioletti. In sentenza però i giudici puntualizzano che dagli atti del processo emerge chiaramente che nemmeno in aula , davanti alla Corte d’assise, la donna avrebbe raccontato la verità. Sono risultate decisive le perizie scientifiche nell’appartamento del dramma e l’analisi delle ferite da coltello (in tutto 18) rimediate dalla vittima in varie parti del corpo (una addirittura in punto di morte). Ester Quici ha sempre sostenuto che il compagno si fosse inferto tutte le ferite in un delirio autolesionistico. In realtà la Corte d’assise ritiene provato che sei ferite furono inferte dall’imputata «ed hanno certamente - si legge in sentenza - contribuito a generare il processo emorragico» che provocò la morte di Heuschreck. In sentenza i giudici sottolineano anche il contesto in cui il dramma è maturato. «Heuschreck - si puntualizza in sentenza - viveva in una situazione di evidente sudditanza se non addirittura di vera e propria sottomissione nei confronti della Quici, caratterialmente propensa ad allacciare rapporti affettivi con persone che, in ragione della loro vulnerabilità, potessero essere facilmente sottomesse». I giudici ricordano tra il resto che la vittima si presentava spesso al lavoro con tumefazioni e graffi da quando aveva iniziato ad avere una relazione sentimentale con l’imputata. La Corte ha poi ritenuto giuridicamente non fondata l’ipotesi che l’imputata abbia volontariamente lasciato morire dissanguato il compagno, chiedendo l’intervento dei soccorsi solo quando era troppo tardi. E’ vero che quando gli operatori del 118 giunsero nell’abitazione del dramma Heuschreck era già clinicamente morto ma l’indagine - sottolinea la Corte - non ha permesso di stabilire con certezza l’ora della morte nè stabilire quanto durò la colluttazione e la fase di ferimento della vittima.

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Pubblicato su Alto Adige